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lunedì 7 dicembre 2015
I Promessi Sposi? Ecco cosa succede quando li rileggiamo da adulti !
I promessi sposi partono male. Essere un testo scolastico squalifica, annega nell’astio la sua bellezza,.. eppure anche così lo adoravo. La geniale ironia, l’eterna modernità della grida manzoniane: ogni periodo storico ha avuto le sue ed è difficile leggere il libro senza pensare che sia stato scritto il pomeriggio prima. Mi venivano le lacrime agli occhi ogni volta che leggevo della madre di Cecilia che mette la sua bambina sul carro dei monatti, con il suo vestitino pulito in mezzo alle membra scomposte dei cadaveri buttati. La potenza visionaria di quella compostezza, in mezzo al caos, rendono quelle pagine tra le più belle della letteratura mondiale.
Pochi tradimenti hanno l’ovvia meschinità e il livido squallore della morte di Don Rodrigo. Ma se la morte del signorotto era spettacolare, la sua vita mi lasciava perplesso: consideravo un non senso narrativo.... l’infatuazione per Lucia, che sicuramente era tanto carina, ma aveva il fascino di una gallina lessata, e soprattutto consideravo un non senso narrativo l’espediente usato, ovvero mandare i bravi al parroco.
Se gli stessi bravi Don Rodrigo li avesse mandati a rapire Lucia , tutto si sarebbe risolto. Per qualcuno che disponga di bravi, anche il problema del fidanzato diventa irrilevante, faccio ricorso a una nota regola della medicina psicosomatica che afferma che quando a qualcuno vengano fratturate le gambe, tibia e perone bilateralmente, si calma immediatamente.
Un’altra strada sarebbe stata eliminare Renzo mediante falsa accusa: abigeato , aver sputato nell’acqua santa, o altro e dopo di che sommergere Lucia e soprattutto Agnese, di sete , merletti, ori, capponi, visoni veri o fasulli, a seconda del livello di coscienza animalista o biglietti di crociera, con accurata eliminazione dell’isola del Giglio. Di tutte le strategie seduttive o di prevaricazione, mandare i bravi dal parroco sembra la più platealmente scema. D’accordo permette una scena geniale, chi il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare, ma è veramente il minimo risultato con il massimo sforzo, un’ evidente corsa verso il disastro. E poi non funziona lei, Lucia, la negazione dell’eroina adolescenziale post moderna.
È stato decenni dopo, mentre studiavo la storia e la psicologia dei totalitarismi genocidari, dalla Vandea ad Auschwitz, passando per l’Ucraina, che la genialità della trama de I Promessi Sposi finalmente si è illuminata nella mia mente, ha scintillato di luci dorate come i fuochi d’artificio la notte di Capodanno. Violentare Lucia non dà nessuna soddisfazione.
Rodrigo vuole corromperla. È la sua anima che vuole. Oltretutto il sado senza il maso non è molto divertente, si sprofonda nella noia. Non 50 sfumature di noia, ma un unico blocco grigiastro duro e puro.
Don Rodrigo sa già che Lucia è incorruttibile. Lo sa perché Lucia ha qualcosa di luminoso nel sorriso e nello sguardo ed è quello che Rodrigo deve abbattere, proprio perché è quella luce che ama. L’uomo distrugge ciò che ama di più , quando non può averlo. Rodrigo deve abbattere Lucia ma né l’oro né la violenza possono riuscirci.
Rodrigo fa la cosa ovvia: attacca la Chiesa, la profana nelle vesti di un ometto vile che si nasconde nell’abito sacerdotale per mascherare la sua paura. Lucia deve restare isolata dalla sua etica per crollare.
Il signorotto agisce esattamente come tutti i totalitarismi quando aggredisco un popolo.... ne aggrediscono la religione, la ridicolizzano, la corrompono. Don Rodrigo fa un’azione sensata per corrompere Lucia ed è ovvio che la voglia perché Lucia in realtà è una creatura straordinaria, con il suo coraggio indomabile, la sua dolcezza invincibile.
Lucia è Antigone, è la ragazza della Rosa Bianca che si batte contro Hitler, Lucia è il ragazzo cinese che ferma il carro armato.
Lucia è il coraggio dell’integerrimo .
Lucia Mondella for president.! (S.D.M.)
sabato 28 novembre 2015
MI STA A CUORE: Come sarà la quarta rivoluzione industriale....rip...
MI STA A CUORE: Come sarà la quarta rivoluzione industriale....rip...: Ripensare le fabbriche con il digitale: è questo il cambiamento che lancia la sfida sulla competitività Il primo obiettivo è prevedere i gu...
Come sarà la quarta rivoluzione industriale....ripensare le fabbriche con il digitale !!!
Ripensare le fabbriche con il digitale: è questo il cambiamento che lancia la sfida sulla competitività Il primo obiettivo è prevedere i guasti improvvisi che bloccano le catene di montaggio e causano gravi perdite economiche. Così, grazie ai bit, la fabbrica diventa intelligente
È l’ora di portare Internet nelle fabbriche. Che non vuol dire consentire agli operai di usare Facebook o Whatsapp durante l’orario di lavoro. Vuol dire ripensare le fabbriche con il digitale. E quindi ripensare il modo in cui gli oggetti vengono progettati (su un computer, ovviamente); i primi prototipi realizzati (con una stampante 3D, per esempio); la catena di montaggio monitorata in tempo reale per prevenire guasti tecnici (con dei sensori, molto spesso); i prodotti distribuiti e seguiti nel loro viaggio fino al punto vendita (con dei semplici bollini a radio frequenza, per intenderci); e i comportamenti dei consumatori analizzati in tempo reale (attraverso quello che dicono sui social network, di solito: una messe di dati che servono a capire il gradimento effettivo, eventuali criticità e quindi ricominciare il giro, progettando nuovi prodotti).
Questa rivoluzione è già iniziata e si chiama Industry 4.0 (in Italia, Fabbrica 4.0). È iniziata non a caso in Germania, paese leader in Europa della manifattura. Perché la novità è tutta qui: il digitale non serve più solo a creare prodotti e servizi digitali (siti web e applicazioni per intenderci), ma oggetti.
È il mondo dei bit che entra in quello degli atomi per renderlo più efficiente, produttivo, competitivo. Insomma, ridare slancio all’economia e alla crescita stitica di questi anni. Perciò se il capo di un grande gruppo industriale in Italia vi dicesse — come spesso in effetti dicono — “che mi importa di Internet, io faccio navi”. O auto. O rubinetti. O qualunque altra cosa. Raccontategli la storia dell’Internet dell’industria, che dopo l’Internet delle persone — il world wide web — e l’Internet delle cose — il forno che parla al frigo, per intenderci — , è arrivato per cambiare non solo il modo in cui lavoriamo, ma anche restituirci la prosperità perduta.
Non si tratta solo di slogan. Il digitale invece di rottamare le fabbriche (come qualcuno aveva frettolosamente predetto immaginando un mondo in cui chiunque ormai può farsi una fabbrica in casa o in garage), gli può dare nuova vita. L’esempio più eclatante è forse quello delle stampanti 3D, considerate all’inizio come un oggetto quasi fantascientifico e poi diventate bandiera dei makers e degli artigiani digitali che inventano nuovi prodotti. Ecco, quelle stampanti, che realizzano un oggetto aggiungendo dei materiali invece che sottraendoli (additive manufacturing), portate in fabbrica, consentono di avere dei prototipi con tempi e costi infinitamente ridotti rispetto al passato; e anche, in qualche caso, di realizzare componenti complessi finiti. Per esempio parti dei motori degli aeroplani sono già fatte così e nel 2020 General Electric prevede di realizzare 100 mila pezzi l’anno in questo modo riducendo il peso di ogni singolo aereo di oltre 400 chilogrammi (e quindi abbattendo il consumo di carburante).
Ma uno dei vantaggi più clamorosi della Fabbrica intelligente sarà l’obiettivo “zero downtime unplanned”: cioé il fatto che non accadrà più che la catena di montaggio si fermi per un guasto improvviso visto che una rete fittissima di sensori — il cui costo ormai li rende alla portata di tutti — avviserà in tempo reale i tecnici di una rottura in vista. Perché è importante? Secondo uno studio di General Electric, il 10 per cento dei voli in ritardo dipendono da guasti imprevisti, un problema che ci costa circa 8 miliardi di euro l’anno senza contare il disagio e lo stress di chi viaggia. Per i nostri figli questo problema non esisterà.
Ecco perché la storia appena cominciata è importante per il nostro futuro. In estrema sintesi, è questa. Alla Fiera di Hannover, il più grande appuntamento mondiale di tecnologia industriale, nel 2011 per la prima volta si è parlato della necessità di “computerizzare la manifattura” usando il termine Industry 4.0, diventato poi un mantra; l’anno seguente un gruppo di lavoro guidato dai massimi rappresentanti dell’industria tedesca (Bosch, Siemens, Deutsche Telekom, SAP), ha presentato un pacchetto di raccomandazioni al governo e nel 2013 sono state pubblicate le considerazioni finali.
Che in sostanza dicono questo: la prima rivoluzione industriale nasceva dall’acqua e dal vapore nei sistemi di produzione; poi è venuta l’energia elettrica; infine Internet. Ora siamo nella quarta rivoluzione industriale, ovvero in quel tempo in cui il confine fra il mondo fisico e il digitale sparisce. L’era in cui i bit governano gli atomi. E la fabbrica diventa intelligente.
Se vi sembra che tutto ciò assomigli molto alle profezie dell’economista e futurologo americano Jeremy Rifkin, non siete lontani dal vero. Siamo in quel mondo lì, ma dalle visioni siamo passati alla politica industriale: Industry 4.0 è uno dei pilastri della Germania della Merkel (200 milioni di euro il budget iniziale); negli Stati Uniti di Obama è stata attivata una Smart Manufacturing Leadership Coalition, che mette allo stesso tavolo università, centri di ricerca e grandi aziende per creare standard condivisi; e nel Regno Unito è da poco partito un progetto simile denominato, con una certa ambizione, Catapult.
E in Italia? Stiamo muovendo solo adesso i primi passi. Eppure già nel 2012, piuttosto silenziosamente, era partito il Cluster per la Fabbrica Intelligente che vede già 300 associati, quasi tutti al nord. Insomma, in qualche modo ci siamo anche noi, anche perché, come sostiene il gran capo della Direzione della Commissione Europea sul digitale, Roberto Viola, “essendo l’Italia un paese manifatturiero, questa partita non la possiamo giocare per stare a metà classifica, dobbiamo batterci per lo scudetto”. Visti i ritardi colossali che come paese abbiamo sulla diffusione della banda larga e l’adozione del digitale, l’obiettivo è perlomeno sfidante. Ma vale la pena di provarci. Secondo un recente studio degli economisti di Prometeia, l’effetto delle stampanti 3D sulle piccole imprese artigiane vale una crescita record del fatturato, stimata attorno al 15 per cento. C’è ovviamente un problema di competenze e di nuove professionalità (non a caso il Ministero dell’Istruzione ha promosso il cluster italiano): l’ingegnere meccanico digitale e l’analista di big data da qualche parte dovranno formarsi.
Ma il mondo che c’è in vista non è una fabbrica senza persone, garantisce il capo dell’ufficio studi mondiale di General Electric, Marco Annunziata. Non dovremo fare una gara con le macchine per salvare il posto di lavoro, ma imparare a lavorare con le macchine per lavorare meglio: «Per usare la metafora di un film, non stiamo andando verso Tempi Moderni di Chaplin, ma piuttosto verso Iron Man ! (R.L.)
mercoledì 18 novembre 2015
MI STA A CUORE: E se cominciassimo a eliminare le periferie?
MI STA A CUORE: E se cominciassimo a eliminare le periferie?: Diventa in questi giorni sempre più aspro....talvolta anche violento.....il confronto tra i cosidetti "buonisti" e i cosidetti &qu...
E se cominciassimo a eliminare le periferie?
Diventa in questi giorni sempre più aspro....talvolta anche violento.....il confronto tra i cosidetti "buonisti" e i cosidetti "oltranzisti" a proposito delle vicende terroristiche che insanguinano questo nostro tempo, mietendo tante vittime innocenti. Non entro nel merito delle disquisizioni sulla geopolitica che ha condotto alla proliferazione del terrorismo nel mondo ma mi sembra che ,alla base del fenomeno, ci sia un quadro mondiale di forte instabilità non solo politico-economica ma anche e soprattutto determinata dalle condizioni di particolare emarginazione sociale che riguardano milioni di persone nel nostro pianeta.. E a tal proposito potremmo far entrare nelle nostre riflessioni l'analisi di talune espressioni linguistiche ,che hanno fatto capolino nel racconto sull'identità dei terroristi, che in questi giorni hanno dato l'assalto a Parigi e alla Francia. Un luogo comune sulla identità dei terroristi vuole indicarli come islamici...ma sappiamo che si tratta appunto di un luogo comune. Personalmente continuo ad essere attratto dall'espressione "giovani dei sobborghi"....parigini, di Bruxelles....di Amsterdam.....di Londra. I sobborghi sono quartieri "sub borgo" cioè fuori....fuori dalla città....fuori dalla convivenza della città....in "periferia". Non stiamo parlando di giovani che provengono dal Medio-Oriente ma di giovani....nati in Francia....in Belgio....in Inghilterra......cittadini francesi....belgi....olandesi....inglesi. Loro sono stati accolti in Europa....i loro genitori sono stati accolti in Europa ma sono stati solo accolti......in realtà collocati subito ai margini della convivenza sociale....appunto nelle periferie....luoghi del degrado e della frustrazione. Da sempre le periferie sono state inventate come luoghi dell'anonimato....di una umanità senza volto e senza nome.....qui è avvenuto l'incontro tra la civiltà europea accogliente ma gelosa della propria "egemonia " culturale e la civiltà araba "forte" della ricchezza culturale dell'Islam. L'accoglienza verso i nuovi arrivati è stata accoglienza "epidermica"......io ti accolgo....ti consento di conservare tutto ciò che appartiene alla tua storia ma "non rompere le scatole" con la richiesta di una tua reale integrazione e io ti concederò financo....la cittadinanza...per gentile concessione ! Accolti...ma mai integrati nella convivenza civile e politica della Nazione di cui, pur essendo cittadini, non si sono mai sentiti cittadini! La periferia ha fatto il resto....la vita nei sobborghi di Parigi...di Londra ecc. è stata e continua ad essere vita di frustrazioni e di miseria morale, che è quella più difficile da sopportare, anche quando si vivono condizioni di benessere materiale. La periferia è degrado anche nelle piccole realtà territoriali dove, qualche volta, siamo sconvolti e sorpresi da vicende delinquenziali che riguardano giovani "di buona famiglia", che, improvvisamente,si trovano alla ribalta della cronaca nera dopo un'infanzia e un'adolescenza vissuta nell'emarginazione di una periferia...sociale....circoscritta dal "filo spinato" di una società "perbenista" che non li ha mai voluto veramente come suoi figli ! Enzo Parato
sabato 7 novembre 2015
MI STA A CUORE: Una vita normale ? E' il fallimento ! (Forse il te...
MI STA A CUORE: Una vita normale ? E' il fallimento ! (Forse il te...: Siete appena tornati a casa dopo una lunga giornata di lavoro. La vostra macchina è in garage. Vi sentite stanchi. Cenate e vi rilassate sul...
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